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14.10.2019
WS Call focus on > Blown up paper

Nuova edizione WS Call = nuova edizione di focus on! Tornano a grande richiesta le interviste ai progetti nel cassetto di chi ha partecipato alla Call edizione 2019. Molti progetti erano davvero interessanti anche se non hanno passato la selezione e per questo abbiamo deciso di continuare a raccontarvene alcuni e i loro protagonisti, incrociando le dita affinché trovino la loro via! Ecco qui la terza delle interviste, protagonista il progetto “Blown up paper”. Chi si cela dietro la firma di WS? Questa volta la nostra Daria Akimenko, buona lettura!

Valentina Casalini + Elisa Pinna

Come prima cosa, raccontateci di voi, delle vostre pratiche e di come è nata questa collaborazione.

VALENTINA: Io sono fotografa di architettura, con una particolare predisposizione per gli spazi urbani nei miei progetti personali. Sono molto interessata agli spazi della contemporaneità, in particolare al concetto di straniamento negli spazi urbani. E da qui nascono tutti i miei progetti fatti finora. Vivo un po’ a Trento, spesso a Milano, sto cercando anche di lavorare all’estero.

ELISA: E la collaborazione è nata semplicemente perché io conoscevo già Valentina, ma non conoscevo il suo lavoro. Poi mi è capitato di soffermarmi sul suo sito e ho trovato molto interesse il suo tipo di approccio fotografico all’architettura, che tra l’altro non è mai stato in questi termini fotografici, un mio ambito di interesse. Lo è stato magari a livello di performance nello spazio urbano, di relazione col quartiere, col contesto, però vedendo come Valentina lavora con la macchina fotografica, mi sono molto interessata al suo lavoro. Questo ha cambiato un po’ anche la mia prospettiva, lo sguardo e il taglio di quello che rappresenta, come trasmette il racconto che sta dietro all’architettura, lo spazio dell’abitare, un po’ lo spazio vuoto… Insomma, le ho chiesto di creare qualcosa insieme che sviluppasse uno dei suoi temi di interesse.

V: E poi è uscito questo bando di Weigh Station.

E: Mentre noi stavamo già lavorando.

Si può dire allora che il progetto “Blown up paper” deriva delle vostre solite pratiche o c’era qualcosa “out of the box”?

V: È un mix. Nel senso che il concetto fotografico di base nasce dalla mia pratica, che ho sempre voluto sviluppare. E poi diciamo che abbiamo aggiunto degli elementi che erano più artistici e non solo fotografici. Altri elementi, come l’esposizione, sono invece un po’ frutto del bando, è stato un unire diversi componenti.

E: Esatto. È stata una parte un po’ più consueta di Valentina, che parte dallo studio e dal lavoro di progettazione fotografica. E poi a livello curatoriale abbiamo cercato di approfittare il bando per fare qualcosa anche di un po’ più ambizioso, di staccarci da quello che poteva essere. Piuttosto che la visione più tradizionale dell’esposizione in uno spazio chiuso, abbiamo pensato invece di lavorare intervenendo sugli spazi che avevamo studiato, quindi con delle affissioni. Il progetto in qualche modo ci ha incentivato a ragionare in maniera un po’ più libera e più “grande”. Ci ha stimolato, ecco.

Vi chiederei di riassumere in poche parole che cos’è “Blown up paper”.

V: Il progetto fotografico parte dall’analisi di alcune zone periferiche di Trento e Bolzano. Siamo partite comunque da quello che mi interessa – i luoghi di passaggio, poco valorizzati, poco visti, poco guardati in generale.

E: Però molto vissuti.

V: Sì, questo era fondamentale. Non prendere mai zone disabitate, o comunque mai zone viste in un modo molto freddo, molto distaccato. Sarebbe stato anche un modo per comparare le vite periferiche di Trento e Bolzano. Sarebbe stato interessante, perché comunque sono due città molto diverse, sia architettonicamente, sia urbanisticamente sono concentrate in modi molto diversi.

E: E poi ci interessava un rapporto diretto con le immagini fotografiche che andavamo a produrre. Quindi l’affissione negli spazi pubblicitari, così come il sito che avremmo voluto avere, sarebbe stata una interazione diretta con chi si era riconosciuto in quei luoghi e chi non si era riconosciuto. Questo era anche una parte fondamentale del progetto.

V: Sì, soprattutto l’esposizione nelle aree centrali della città. C’era un aspetto di riportare qualcosa di periferico al centro. E una visione privata che poi veniva esposta in un modo pubblico. Il progetto di base non era comunque di coinvolgere più persone, ma incentivare vari tipi di attenzione.

E poi avete anche introdotto il concetto di “jamais-vu”. Potreste raccontarci anche di questo?

V: È sempre questa sorta di fenomeno legato all’estraniamento, il contrario di “deja-vu”. Le zone che tu vedi riportate in un modo completamente diverso, finché tu non riesci a riconoscerle. Il progetto era molto centrato su questo – prendere le zone che sono abitate e anche conosciute e riportarle in un modo quasi estraniante.

E: Per me era quasi un riappropriarsi. Vedendo questo progetto con un occhio esterno e curatoriale, per me era anche una riappropriazione del fascino di certi luoghi. Luoghi che sono sempre stati considerati privi di qualsiasi tipo di interesse e del fascino, attraverso questo gioco dello sguardo fotografico riacquistavano qualcosa. Banalmente la frase era: “Ma dai! Hai visto che questa foto era scattata lì!” Lì, nei posti che tu avevi sempre avuto sotto gli occhi ma di cui non hai mai trovato un taglio interessante.

Ok, e l’ultima domanda che faccio a tutt*: qual è l’oggetto più strano senza il quale non viaggeresti mai?

E: C’è sicuramente nel mio caso, perché la mia valigia è sempre ridicola… Mi viene in mente che in viaggi che ho fatto negli ultimi mesi mi sono detta – ma perché ti porti una quantità così imbarazzante di scarpe? Viaggiamo comunque tutti con una valigia molto piccola ormai, e la mia è piena di scarpe… Adesso mi viene anche in mente che per un po’ ho tenuto sempre nella valigia, senza mai toglierlo, un seme molto grosso che ho trovato in Brasile, ma non ho mai saputo cosa fosse.

V: C’è un oggetto molto piccolo che ho da quando avevo 11 anni: un gufetto di legno. Non mi ricordo, ma è legato in particolare alla mia infanzia ed è veramente una cosa che mi è rimasta (perché io di solito perdo tutto) e lo tengo dentro un astuccio.

Foto: Valentina Casalini