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14.08.2019
WS Call focus on > Home is where your heart is

Nuova edizione WS Call = nuova edizione di Focus on! Tornano a grande richiesta le interviste ai progetti nascosti nel cassetto di chi ha partecipato alla Call edizione 2019. Molte idee erano davvero interessanti anche se non hanno passato la selezione e per questo abbiamo deciso di continuare a raccontarvene alcune e i loro autori e le loro autrici, incrociando le dita affinché trovino la loro via! Ecco qui la prima delle interviste, protagonista il progetto "Home is where the heart is". Chi si cela dietro la firma di WS? Questa volta la nostra Daria Akimenko, buona lettura!

HOME IS WHERE YOUR HEART IS

Alessio Posar + Matteo Raffaelli

Prima di tutto, vi chiedo di introdurvi e di raccontarci come vi siete incontrati e cosa fate nella vita.

Alessio: Partiamo da come ci siamo incontrati. Era il 2016, anno in cui io avevo da poco finito di studiare scrittura creativa e iniziato a collaborare con IDM. Questo nostro amico in comune stava lavorando ad un soggetto per un film horror, che – poi ho scoperto – aveva scritto insieme a Matteo. Ci siamo trovati un giorno per discuterne e ci siamo conosciuti così. Da quel momento abbiamo fatto 4 cortometraggi insieme, un po’ di soggetti per pubblicità, e…

Matteo: …partecipato a BZ48H, e abbiamo ancora dei soggetti…

A: Abbiamo dei soggetti. A settembre iniziamo a lavorare assieme su una serie per cui siamo stati reclutati... Io sono Alessio, comunque. Faccio prevalentemente lo sceneggiatore e mi occupo di comunicazione. Lavoro sui progetti miei di fiction che sono sceneggiature, racconti, e lavoro per raccontare le aziende. L’ultimo progetto che ho finito due settimane fa è stato commissionato da Deloitte ed è un libro che racconta delle industrie di moda in Italia per il quale ho fatto delle interviste.

M: Io da quando sono adolescente mi sono interessato di video e cinema. Mi piaceva davvero tanto. Ho fatto alcuni laboratori tra cui uno a Bolzano. E lì ho iniziato un approccio più pratico, per capire un po’ la “grammatica” cinematografica e come girare nel concreto un cortometraggio. Dopo il liceo ho deciso di andare in Francia, a Montpellier, e lì mi sono laureato in cinema. Ho fatto studi sia pratici che teorici e ho arricchito un po’ il mio percorso. Ho lavorato come regista e anche come attore in Francia. E poi ho fatto altri cortometraggi qui in Italia, con Alessio appunto. Ora ci sarà questa serie TV per cui farò la regia e sto anche scrivendo un cortometraggio. Mi occupo anche di pubblicità.

E parlando del progetto "Home is where your heart is": com’è nata l’idea?

A: Essendo millennial, sono sempre stato affascinato della nostra situazione lavorativa. Statisticamente ci sono molti più creativi tra di noi che nelle altre generazioni e siamo molto più abituati a spostarci. Bene o male, possiamo quasi tutti lavorare con il computer e la connessione internet e non abbiamo un luogo fisso. E questo significa che possiamo scegliere di vivere nelle città che preferiamo o appunto continuare a spostarci. Siamo una generazione che può – e deve – spostarsi molto e questo significa che oltre a casa dei genitori in cui torniamo ogni tanto, non abbiamo quasi case vere, sono più punti d’appoggio. Qui viene da chiedersi cosa effettivamente si possa chiamare casa, soprattutto in situazioni in cui vita privata e lavoro si uniscono. Cos’è casa dal punto di vista fisico ma soprattutto da quello emotivo. Riflettendo su questo mi sono reso conto che al di là del computer tutti abbiamo anche degli oggetti-feticcio che portiamo con noi e che comunque ci aiutano a stare bene e tenere il nostro mondo in ordine. E mi interessava a raccontare questa cosa. Già avevo lavorato con Matteo, mi trovo bene con lui, siamo della stessa generazione ed è una cosa che possiamo raccontare. Eleonora (Ingannamorte) invece, l’ho conosciuta a giugno alla Scuola Holden dove lei mi ha presentato il suo progetto grafico di mappatura dati, molto bello visivamente. Io le ho chiesto che piani avesse per il futuro e se potesse interessarle questo progetto. Anche lei è perfettamente in linea con noi: nata nel 1994 in Brianza, poi spostata a Milano e dopo a Torino e in procinto di spostarsi di nuovo! Quando gliene ho parlato ha detto: “Guarda, posso lavorare dove vuoi.” Quindi ci siamo trovati molto bene anche con lei.

M: E io… ho fatto anche foto, la prima esperienza professionale è stata per lo spettacolo “Innamorati”, ma poi ho fatto molto più video. E mi piaceva l’idea di tornare a fare un po’ di foto. Quando abbiamo parlato di questo progetto mi è piaciuto molto. Volevo immortalare i soggetti secondo la loro personalità, adattando il tipo di fotografia. L’ho visto anche come un modo per mettersi in gioco e sperimentare un po’ il mondo della fotografia!

Quindi quali linguaggi volevate usare per raccontare questi nomadi, i vostri protagonisti?

A: All’interno del formato libro, volevamo usare principalmente tre linguaggi diversi che sono la scrittura – tutto sarebbe nato dalle interviste e poi romanzato per costruire i ritratti narrativi, quindi la descrizione della persona, cosa fa e da dove viene. E non solo dal punto di vista lavorativo ma anche tutto quello che c’è dietro – le scelte, il percorso di vita, gli oggetti che si porta dietro. Volevamo poi unire questo alla fotografia che può raccontare quello che le parole non possono e vice versa. Avendo però scelto il formato del libro volevamo che non fosse un elenco, ma che fosse visivamente bello e che avesse quindi un design particolare.

Suona bello! Vi volevo chiedere un’altra cosa. Se voi foste i protagonisti di un progetto come questo, cosa direste o mostrereste delle vostre case o lifestyle?

A: Una delle cose per cui mi è venuto in mente il progetto: qualche tempo fa sono passato da Tiger e ho trovato questo piccolo draghetto che costava 2€, arancione, molto carino. Ho deciso di acquistarlo, l’ho chiamato Stakanov, e lui mi fa molto compagnia mentre lavoro. E poi c’è tutto l’armamentario. Chiaramente il computer, un blocco grande, un blocco piccolo, quattro blocchetti di post-it, un e-book reader, perché io ho troppi libri e non posso portarmi mattoni di mille pagine in giro… L’idea è appunto di mettere tutta la vita dentro uno zaino.

M: Io nella casa farei vedere il mio angolo di lavoro in camera: il computer, le cuffie, il programma di montaggio ecc. E poi dall’altra parte della stanza c’è la mia collezione di DVD che è molto grande. E anche il mio gatto che mi fa compagnia mentre lavoro o monto un video.

E per quanto riguarda i protagonisti del progetto, sono le persone che già conoscete?

A: Alcune le conosciamo già. Per altri invece vorremmo cercare di mappare l’attività creativa, la fauna creativa della provincia.

M: Certo, anche per scoprire nuove persone.

A: Appunto. Ci sono molte persone che non conosciamo, per esempio, a partire dell’area tedesca che conosciamo meno.

Per concludere, volevo chiedervi – essendo nomadi digitali, qual è l’oggetto più strano senza il quale non viaggereste mai?

M: Bella domanda.

A: Non è particolarmente strano in effetti ma io tengo molto a curare la mia barba e quindi giro sempre con il regolabarba. L’ultima volta l’ho dimenticato e sono andato in crisi per un paio di giorni! Dovevo scegliere se tagliarmi la barba del tutto o farmela crescere senza controllo.

M: Io forse… una penna multicolore. Nero, blu, rosso, verde. Così se devo sottolineare qualcosa e fare degli appunti su un progetto ce l’ho sempre a portata di mano.