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25.03.2019
WS Call focus on > Let me sit in your Durbar

Proseguono le interviste di Giulia Calò per la rubrica “WS focus on”. Perché la Call 2018 non è stata solo i 3 progetti selezionati ma anche e soprattutto vedere quanti di voi ne hanno uno nel cassetto. Molti progetti erano davvero interessanti anche se non hanno passato la selezione e per questo abbiamo deciso di raccontarvene alcuni e i loro protagonisti, con un “in bocca al lupo” speciale affinchè spicchino il volo anche senza l’aiuto di WS! A voi l’ultimo dei racconti dell’edizione 2018, protagonista il progetto “Let me sit in your Durbar”, buona lettura.

LET ME SIT IN YOUR DURBAR

Nuno Escudeiro +  Georg Giovanelli

Inizialmente vi chiedo chi siete, come vi siete incontrati e di cosa vi occupate… insomma, raccontateci un po' di voi!

NUNO: Io mi chiamo Nuno Escudeiro, vengo dal Portogallo e sono a Bolzano perché ho studiato alla Zelig- School of documentary. Poi, finita la scuola, sono rimasto qualche anno in più. In questo momento mi sto occupando della regia di un film documentario e partecipo anche alla produzione un film, una coproduzione franco-italiana sostenuta da IDM Film Fund che mi occuperà molto tempo. Di base sono un regista di documentari ma mi occupo anche di arte mediale.

GEORG: Io sono Georg Giovanelli, sono della zona, sono cresciuto a Ora e adesso lavoro a Bolzano. Al momento faccio l'insegnante al liceo linguistico, insegno filosofia e storia e sono anche mediatore d'arte a Museion da due anni, mi interessano i progetti culturali, d'arte e di ricerca. Quello che mi appassiona è la connessione tra arte contemporanea e concetti filosofici. Ho conosciuto Nuno tramite la Zelig perché il mio coinquilino ha fatto la Zelig e così, credo sia stato questo il motivo per cui ci siamo incontrati, già anni fa e abbiamo fatto amicizia.
Ecco, quello che abbiamo presentato a WS Call potrebbe essere il primo progetto che realizziamo, ma non il primo di cui abbiamo parlato!

N: Ci siamo detti tante volte: “Ci dobbiamo incontrare per fare un progetto assieme”, e tra tanti questo è stato il primo a essere scritto.

Chi è che ha visto il bando e ha chiamato l'altro dicendo: “Ehi!”?

G: In realtà sono stato io, anche se non l'ho visto io, me l'ha suggerito un’amica. Io avevo anche già un progetto pronto, cioè, pronto… l'avevo in mente! Il mio progetto però potrà essere realizzato solo l'anno prossimo e per la Call non andava bene a causa della scadenza entro l’inizio del 2019. Per me sarebbe partito lì, quindi per i fondi non aveva senso presentarlo. Così ci ho pensato un attimo ma non avevo niente di pronto nel cassetto… allora ho chiamato Nuno e lui si, ce l’aveva!

N: Sì, ma non ancora scritto.

G: Un'idea.

N: Sì. E poi ci siamo incontrati per parlare ed è uscito fuori un progetto scritto, una sorta di progetto di ricerca che parte da una lunga conversazione che abbiamo avuto con Ali Khemais (che è anche parte del progetto) e dai viaggi che ho fatto in Africa. Ci interessa indagare la questione della tradizione orale e come questa influenza la nostra cultura. La tradizione orale è un sistema alternativo di vivere la società e nella società e di ricevere la storia, di ricevere la cultura.
Le persone che arrivano da una cultura di tradizione orale, come si trovano in una società che invece ha una tradizione scritta? Quali sono le variabili? Com’è la loro vita all'interno di questa società? Quali difficoltà incontrano? E soprattutto per noi: come trasformare questo in un progetto artistico? Poi ne abbiamo parlato e abbiamo aggiunto anche altri punti di vista su come la nostra tradizione scritta sia cambiata, ad esempio.

G: Quando abbiamo deciso il tema io stavo leggendo Jacques Lacan, uno psicanalista francese, che parla molto di linguaggio, dell'uso del linguaggio, e lui non distingue così tanto tra lingua scritta e parlata, dice semplicemente che si parla, che c’è questo flusso, è questo quello a cui è interessato. È collegato ad altri concetti di lingua. Per esempio Derrida scrive che il primato della lingua è lo scritto. È un po’ strano. Se ci pensi si arriva ad ‘altra considerazione e cioè che la lingua parlata viene prima, no?
Sono dei concetti molto complessi, ed anche molto “elastici”, dipende molto dalla prospettiva con cui li si guarda. Ecco, questo era un po’ quello che interessava a me nel momento in cui ci siamo trovati a scrivere il progetto, però abbiamo subito capito che questa faccenda della tradizione orale e della tradizione scritta potrebbe non essere così chiara e fissa, come può sembrare in un primo momento, Non basta dire “lui viene dalla tradizione orale, noi dalla tradizione scritta”, tutto questo ha anche subito un cambiamento fortissimo con i social, dove si scrive ma è come se si parlasse, ed è difficile distinguere le due cose”.

N: C’è una cosa in tutto questo secondo me molto interessante. Ho fatto un’esperienza in Benin, in Africa. Ero in un villaggio e volevo conoscere la sua storia, quindi ho chiesto a un sacco di gente e ognuno aveva una versione diversa, nonostante fosse la stessa storia. Nella tradizione orale la storia era cambiata e ognuno aveva la sua versione. In realtà anche il testo che noi vediamo come una versione unica dei fatti, può esso stesso essere interpretato, cambiato, le cose che credevamo essere fisse non sono fisse. Abbiamo tutti questi punti da cui partire e quindi il nostro progetto consiste proprio nel leggere, scrivere, parlare e  trovare qualcosa all’interno di questo concetto, dentro questa idea.

G: Però…

C’è un però?

G: Così sembra una cosa molto teorica, ma il prodotto finale non lo immaginiamo come una ricerca, o meglio… ovviamente ci sarebbe anche questa ricerca, ma sarebbe la base da cui partire. C'è un protagonista che in realtà ha fatto partire tutto questo, perché Khemais viene da una cultura con una tradizione orale, la Tunisia, vive qui, luogo con una tradizione scritta, e va in cerca di queste situazioni di discussione, ovunque si parli.
Il nostro “prodotto” sarebbe quello che esce dalla ricerca in forma di pubblicazione ma anche una performance di questo protagonista e una video installazione che mette insieme le due cose. Così, se troviamo uno spazio in cui fare questa cosa, sarebbe proprio il punto in cui si incontrano queste due culture - non solo nel nostro progetto - un luogo di scambio tra queste due possibilità, tradizioni. Sono due diversi approcci alla vita.

N: Sì, certo. Quindi vorremmo rendere visibile questa variabile, questa discussione. Fare qualcosa che sia utile perché noi esseri umani ci possiamo capire un po’ meglio.

Quindi il video seguirebbe il protagonista?

N: Forse sì, la questione è un po’ libera a questo punto perché questo progetto deve essere per forza un processo di ricerca. Però Khemais, lui capisce questo legame, perché la sua vita è proprio fatta di questo: lui ha due master ma in realtà non si trova molto a suo agio con la scrittura, mi ha raccontato che la gente dice: “Guarda quello, non sa scrivere”, però lui è un filosofo, cerca sempre di discutere. Quando mi incontra per strada rimaniamo a parlare tantissimo, mi dice: “Devi vedere questo video su YouTube”, non: “Devi leggere questo libro”, naturalmente! Lui è il punto di partenza di questa discussione, questa è la necessità che lui ha, rompere con le dinamiche della cultura scritta per essere se stesso, essere soddisfatto, cambiare il mondo tramite la parola.

Lui come lo avete conosciuto?

G: Io adesso so chi è, ma non lo conosco proprio bene. Invece tu come l’hai conosciuto?

N: L'ho conosciuto in treno.

Dai, davvero?!

N: Sì, in treno a Merano quattro anni fa, quando abitavo a Merano e prendevo il treno tutti i giorni. L'ho incontrato in treno perché lui abita a Merano e in questi quattro anni l'ho incontrato e reincontrato tante volte e ogni volta ci siamo messi a discutere e ogni tanto ci siamo detti: “Dobbiamo fare un progetto insieme”, e da qui ho iniziato a pensare a questo progetto. Quindi nasce dalle nostre discussioni, dai nostri incontri così per strada.

Interessante. E invece se parliamo della compilazione del progetto per partecipare a questo bando, qual è stata la più grossa difficoltà nel concretizzare, appunto, con la parola scritta? Il punto che magari vi ha messo un po’ più in difficoltà.

N: Per me è sempre difficile concretizzare un progetto di ricerca. Avevamo iniziato a scrivere questo testo, ma nel momento in cui l'abbiamo fatto abbiamo capito che questo è proprio un progetto di ricerca, siamo ancora lontani dal sapere quale sarà il prodotto finale. Quindi compilare il bando con questo approccio, sapendo che è un progetto di ricerca, scoprendolo, questa è stata la difficoltà.

G: Sì, soprattutto all'inizio dici: “Uao! L'idea ci sta, suona bene, ci si incontra per mettere insieme gli elementi, perché alla fine saremmo in quattro a partecipare, sembra funzionare. Però poi parlare già di quello che succederà è difficile. Siamo già ad un punto in cui stiamo raccogliendo materiale, ma in questo momento è ancora difficile essere chiari e penso che sarà così fino alla fine, no?

N: Sì, come un testo di Derrida!

G: No, no, no, non così criptico! Però non ci sarà una risposta, non ci sarà una soluzione, non ci sarà una cosa concreta… Di sicuro mettere in parole è stata una sfida.

N: Sì, magari il bando è arrivato troppo presto, abbiamo bisogno di fare ancora ricerca, avere del materiale in più…

G: Mah, forse è solo troppo. Perché è una ricerca, è un video, è una performance, è uno spazio di ritrovo.. ci abbiamo messo troppe cose. Però per noi era questo, per me doveva avere tutti e due i lati della tematica, l'outcome non poteva essere né solo una cosa scritta, né solo performata, almeno lì queste due cose dovevano toccarsi e quindi il film era una buona via di mezzo, no? Riesci a giocare con entrambe.

N: Forse anche troppo poco spazio per scrivere liberamente ed essere me stesso, anche questo fa parte del mio partecipare a un bando, è la prima volta che mi capita. La scrittura è molto legata al modo di progettare.

G: In ogni caso non ci fermiamo qui, andremo avanti per qualche altra strada, ora grazie a questo bando abbiamo qualcosa di scritto su cui basarci per parlarne.

Siamo arrivati alla domanda conclusiva. Se qualcuno volesse cenare con voi per parlare del vostro progetto, cosa preferireste mangiare?

G: Io sono vegetariano, mi piacerebbe in particolare un mix di cucina italiana e tirolese, carboidrati.

N: Eh, io non ho scelta, c'è un vegetariano e quindi per non fare due piatti…