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09.11.2020
WS Call focus on > Strumenti impassibili per percezioni magiche

I nostri 3 vincitori della WS Call 2020 ormai state imparando a conoscerli ma che ci dite di chi alla Call ha partecipato ed era pure entrato nei magnifici 7? Per noi, lo ribadiamo, la scelta è stata dura e quindi vogliamo raccontarveli tutti, augurandogli di spiccare il volo anche senza di noi! Vi presentiamo il progetto Strumenti impassibili per percezioni magiche della waller Stefania Zanetti e del waller Andreas Trenker, intervistat* dalla nostra Daria Akimenko. Buona lettura!

Stefania Zanetti + Andreas Trenker

Prima di tutto il pubblico vorrebbe sapere i vostri nomi e background.

ANDREAS: Sono Andreas Trenker, ho 30 anni. Sono originario della Val Pusteria, ma negli ultimi 10 anni sono stato un po’ in giro: dopo aver fatto tappa a Gerusalemme, Zagabria e Amsterdam mi sono appena ritrasferito a Bolzano. Ho studiato design qua a Bolzano e al Sandberg Institute ad Amsterdam e adesso faccio fondamentalmente 3 cose. 1) Lavoro come un grafico “on commission”, ma anche su progetti personali. 2) Lavoro come fotografo documentarista e adesso - da qualche settimana - sono rappresentato dall’agenzia fotogiornalistica affiliata alla Süddeutsche Zeitung. 3) Infine, da 5 anni, lavoro presso l‘Università di Bolzano, Facolta di Design, insegnando comunicazione visiva per gli/le student* del primo semestre. Quindi posso dire che la fotografia è stata da sempre una mia passione, prima che diventasse anche il mio lavoro. Stefania la conosco perché anche lei ha studiato a Bolzano.

STEFANIA: Esatto, io mi chiamo Stefania, sono di Trento. Ho quasi 27 anni. Ho studiato design del prodotto a Brescia e in Inghilterra. E poi ho fatto il Master di Eco-social design a Bolzano, dove ho conosciuto Andreas. E adesso sono a Milano.
Anche io sono una freelance, mi occupo di fotografia di vari generi e anche di progetti personali. Sto concludendo il progetto sui disturbi alimentari qua a Bolzano che è partito con la mia tesi del Master e sarà pubblicato nel 2021. Insegno anche io fotografia per i designer alla NABA.

E come siete arrivat* a realizzare questo progetto insieme?

S: Abbiamo iniziato a collaborare quando io ero ancora qui all’università su vari progetti. Per esempio, abbiamo fatto un progetto documentaristico in Bosnia. Poi soprattutto durante il periodo di lockdown abbiamo parlato molto del ruolo della fotografia e ci è venuta l’idea di provare a utilizzare strumenti alternativi alla macchina fotografica.

A: Per concretizzare, abbiamo sempre discusso tanto sul ruolo della fotografia e anche del fotografo e ultimamente anche sul ruolo della macchina stessa. In realtà da tanti anni avevo voglia di sperimentare con gli attrezzi che vedono il mondo, riescono a percepirlo e producono delle immagini, ma non sono pensati per creare una foto estetica. Il bando della WS ci sembrava un pretesto giusto per mettere il progetto “nero su bianco”, capire quali sono i limiti e lo scopo, e abbiamo deciso di dargli la forma di un workshop.

S: Quello che trovo interessante nella collaborazione con Andreas è che abbiamo studiato entrambi design e riguardiamo il nostro lavoro come un progetto dove la fotografia diventa un mezzo, non il fine.

Quali riflessioni avete fatto allora durante le vostre discussioni sul ruolo del fotografo?

A: Pensando all’uso degli attrezzi di cui sappiamo poco o niente abbiamo fatto una riflessione secondo me fondamentale per il nostro progetto: questi ostacoli ti mettono in una posizione nella quale devi sbagliare. Ogni fotografo, designer o persona creativa in generale a un certo punto del suo percorso non sbaglia più, perché ha trovato il suo metodo, sa cosa funziona e cosa non funziona. E quindi lo sbaglio come strumento di progettazione un po’ si perde. Gli attrezzi che abbiamo pensato di utilizzare per il nostro progetto – una foto trappola, un scanner dell’aeroporto, macchine di videosorveglianza, fotocamere termiche,   ecc. – sono strumenti che producono le immagini del loro mondo, e per renderli appropriati e usarli come un fotografo devi sbagliare e testare tantissimo.

S: È anche interessante il discorso che il controllo non c’è più, cioè il controllo non è solo nelle mani della persona, ma anche dell’oggetto. Forse è la realtà dei fatti, ma di solito non si ragiona su questo.

In quel caso si può dire che cambia proprio anche lo standard e l’approccio? Magari “sbagli” dal punto di vista del tuo processo “normale”, ma non dal punto di vista di questa nuova macchina che usi?

A: Anche nella descrizione del nostro progetto parliamo un po’ di magia, nel senso che quando crei qualcosa non è sempre chiaro come esattamente succede. Nel nostro lavoro ordinario con fotografia digitale abbiamo perso un po’ la magia, come quella di una volta, dello sviluppo del rullino. Quindi in questo progetto cerchiamo di scoprire come funziona un attrezzo, che limiti ha, come possiamo influenzare il risultato e attraverso questo processo rendere utilizzabile la macchina.

E siete già riuscit* a fare dei test?

S: Sì, abbiamo testato la foto trappola a Venezia in una specie di workshop tra di noi con anche altri colleghi fotografi. Abbiamo capito che quella si attivava quando c’era il movimento, ma non solo il movimento del soggetto, ma anche della macchina stessa. Per esempio, l’abbiamo attaccata a un salvagente, l’abbiamo messa nell’acqua e lì i movimenti delle onde la facevano scattare.
Ora siamo in contatto con il FotoForum di Bolzano per sviluppare insieme questa serie di workshop per l’anno prossimo.

A: Tutti questi oggetti sono stati progettati con un uso preciso in mente, la foto trappola viene usata dai boscaioli per monitorare la natura e gli animali se ci sono e quanti sono. Quindi non è fatta per un contesto urbano come Venezia e non è progettata per fotografare le cose statiche come gli edifici. Quando la metti nell’acqua si crea quasi un autoritratto della città che fotografa se stessa. E tu come fotografo perdi il controllo, e questa è una bellissima esperienza.
Un’altra cosa che volevo sottolineare è che noi vorremmo sviluppare le nostre idee e testare queste 10 macchine insieme agli altri fotografi, creativi, persone interessate che vorrebbero mettersi alla prova e sbagliare di nuovo. Dopo di che vorremmo raccogliere tutte le cose che abbiamo imparato e fare un piccolo manuale open source scaricabile per chiunque abbia voglia di  provare e imparare. L’idea di condividere le conoscenze è fondamentale per noi.

Può diventare una ricerca quasi infinita con sempre più macchine da scoprire.

A: È davvero bella l’idea di allontanarci dai mondi che conosciamo per entrare in mondi particolari, per esempio, come quello dell’ottica usata durante le gastroscopie che ti permette di fotografare dei posti dove non ci potresti mai arrivare con un’altra lente.

Davvero incredibile! Non vediamo l’ora di vedere i vostri prossimi esperimenti! E adesso è giunta l’ora della mia ultima domanda fuori contesto :) Qual è la cosa più divertente che si possa fare senza uscire di casa?

S: Io mi diverto a casa giocando con i materiali di qualsiasi tipo, partendo dal cibo, ma anche assemblando cose diverse… “perdermi” nel materiale.

A: Mi sono appena trasferito quindi al momento mi diverto ad arredare la casa nuova e a riempirla con piante e quadri.